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CAPITOLO XIV.
Più altra gente ancor v’avea, fra’ quali
Gran quantità di nuovi Farisei
Ad aver del tesor battevan l’ali:
E sconfortando gli altri, e come rei
5Erano a posseder, nel lor parlare
Mostrando; e s’io nel rimirar potei
Riguardar vero il loro adoperare,
Per possederne maggior quantitate,
Li vi vedeva forte affaticare.
10Correndo sen portavan caricate
Le some, e con iscrigni e piene ceste
Si ritornavan quivi molte fiate.
Ver è, che ben ch’avesser lunghe veste
Non gli ingombravan però, ma parea
15Che più che gli altri avesser le man preste.
Infra lor riguardando, assai v’avea
Di quelli cui altra volta avea veduti,
E ch’io per nome ben riconoscea.
Li quai, perocchè sono conosciuti,
20Non bisogna ch’io nomi, benchè pari
Potrebbono esser tututti tenuti.
Con questi avanti al mio parer non guari,
Quasi tra que’ ch’erano più eccellenti,
E che parean de’ suddetti vicari,
25Ornato di be’ drappi e rilucenti,
Il nipote vid’io di quel Nasuto,
Ch’a glorïar si va con procedenti,
Recarsi in mano un forte biccicuto,
Dando ta’ colpi sopra ’l monte d’oro,
30Che di ciascun saria un mur caduto.
E d’esso assai levava, e quel tesoro
In parte oscura tutto si serbava,
E quasi più n’avea ch’altro di loro.
Oltre grattando il monte dimorava
35Con aguta unghia un, ch’al mio parere
In molte volte poco ne levava.
Con questo tanto forte quel tenere
In borsa gli vedea ch’appena esso,
Non ch’altro, alcun ne potea bene avere.
40Al qual facendom’io un poco appresso
Per conoscer chi fosse, apertamente
Vidi, che era colui che me stesso
Libero e lieto avea benignamente
Nudrito come figlio, ed io chiamato
45Aveva lui e chiamo mio parente.
Davanti e poi, e d’uno e d’altro lato,
Tanti su per lo monte e giù scendiéno
A prender del tesoro disïato:
Ogni lingua verrebbe a dirlo meno,
50Però qui m’aggia lo lettore alquanto
Scusato, s’io non gli ritraggo appieno.
Quand’io ebbi costor mirati tanto
Ch’a me stesso increscea, io mi voltai,
Com’altri volle, verso il destro canto.
55Ver è che disiato avrei assai
D’essere stato della loro schiera,
Se con onor potesse esser giammai.
E s’io vi fossi stato, come v’era
Alcun ch’io vi conobbi, io avrei fatto
60Sì, che veduta fora la mia cera,
Credo, più volentier da tal, che matto
Or mi riputa, perocchè i’ ho poco,
E più caro m’avrebbe in ciascun atto.
Ha! lasso, quanto nelli orecchi fioco
65Risuona altrui il senno del mendico,
Nè par che luce o caldo abbia ’l suo foco.
E ’l più caro parente gli è nemico,
Ciascun lo schifa, e se non ha moneta,
Alcun non è che ’l voglia per amico.
70Vnque s’ogni uomo pur di quello asseta,
Mirabile non è, poichè virtute
Senza danari nel mondo si vieta.
Il cui valor, se fosse alla salute
Di quel pensato ch’uomo pensar dee,
75Non le ricchezze sarian sì volute;
Ma io mi credo, che parole ebree
Parrebbono a ciascun chiaro intelletto,
Il dir che le ricchezze fosser ree.
Avvegnachè in me questo difetto,
80Piuttosto che in altro caderia,
Tanto disio d’averne con effetto.
Nè da tal desidero mi trarria
Alcun, tanto il pregar mi par noioso,
Che di danar sovvenuto mi sia.
85Dopo molto pensar, desideroso
Di veder tutto, dirizzai il viso,
E vidi figurato poderoso
Amor, siccome qui sotto diviso.