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XXXVIII. Pervenut’è insin nel secul nostro
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XXXVIII.
Pervenut’è insin nel secul nostro
Che tante volte il cuor di Prometheo
Con l’altre parti dentro si rifeo,
Di quante se ne pasce’ un duro rostro;
Il che parria forse terribil monstro,5
Se non fesse di me simil tropheo
Sovent’Amor, ch’a scriverlo poteo
Far del mio lagrimar penna et inchiostro.
Io piango et sento ben che ’l cor si sface;
Et allor quand’egli è per venir meno,10
Debile smunto et punto per l’affanno,
O dio! nascoso sento che ’l riface
El mio destin: là onde eterne fieno
Le pene che mi disfanno et rifanno.
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