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Canti del cuore Fanciullo, una lacrima ò veduto




CANTI DEL CUORE




Q
UESTO genere speciale di letteratura (e vorrei dirlo poesia) è, per quanto io mi sappia, intentato in Italia, a meno che non si vogliano così classificare le molte e pregevoli canzoni popolari, di cui abbiamo alcune bellissime raccolte. Ma queste di cui io pubblico alcuni imperfettissimi saggi, non si aggirano che sopra un sentimento, sopra un pensiero; quelle ànno invece la loro base in un fatto, non sono anzi talora che la nuda esposizione di un fatto; queste non riflettono che il grande quesito del destino umano, quello della vita morale e sociale; le une sono una pagina della più astrusa filosofia, le altre una epopea.

Io attinsi, fanciullo, questa forma dalla lettura de’ grandi poeti popolari tedeschi, e dalle traduzioni italiane de’ poemi giovanili di Byron e parvemi forma elettissima di poesia. Dove tu possa trovare la ragione del ritmo, dove l’origine della dolcissima melanconiache ne amana, tu nol sai; ma ti senti tutto nel cuore.

Io pubblico qui alcune pagine, tra le molte che scrissi, di questi canti, e tutte prima dei venti anni, in quell’età travagliata da una tristezza irragionevole, incomprensibile, nata forse dallo sforzo che noi facciamo di prevenire la vita e che io chiamerei quasi una vanità del dolore. La cosa si rivela da sè, e la credo una superflua giustificazione.

E tolga il cielo che io mi voglia erigere a maestro di una forma quasi nuova di letteratura; ma credo che molti in Italia lo potrebbero, e con frutto.

Milano, giugno 1865.

I. U. Tarchetti



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