< Giobbe (Rapisardi)
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Le stelle
Canto disperato

 
Aurei figli del ciel, che ne vale
L’alto azzurro e il recondito lume,
Se lo sguardo d’un egro mortale,
Figge in noi l’indomabile acume?

5Basta un facil di vetri congegno,
Perchè ogn’astro inconcusso o fugace,
Perchè tutto dell’etera il regno
Campo aprico diventi all’audace.

Curioso, instancabile, invitto
10Ei che il pie’ nella melma ha confitto,
Sitibondo di luce e di vero
Corre il ciel con alato pensiero.

Orgoglioso! Nel tetro soggiorno,
Ov’ei nasce, ove muore infelice,
15Plumbea tenebra aggravasi intorno,
Gitta il male la bronzea radice;

Entro un cerchio di ferro e di foco
Per brev’ora lo avvolge la sorte,
Fin che stanca del misero il gioco
20Lo calpesta passando la Morte.

Pur tal verme che mai non ha posa,
Tutto vuol, tutto spera, tutt’osa:
Spia del cielo i misteri col guardo,
Contro i numi s’accampa beffardo.

25O a nessun, fuor che a Iside, noti
Per lo spazio siderei concenti,
Casti amori di raggi e di moti,
Fresche aurore, crepuscoli ardenti,

Ecco, l’uom d’ogni arcano nemico,
30Scopritore, eversor d’ogni legge,
Ci profana con l’occhio impudico
Ci persegue, ci scruta, ci legge:

Egli, il verme dell’ombre e de’ mali,
Noi, del ciel peregrini immortali:
35Ei, l’insetto c’ha un’ora di vita,
Noi, fontane di luce infinita!

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