< L'Ulisse
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Canto primo
L'Ulisse Canto secondo
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ERANO TUTTI i Greci ritornati
     A le lor patrie, à le natie contrade;
     Tutti quelli dico io, che fur campati,
     Ò d’altre morti, ò da le Frigie spade.
     Sol vivea lunge à i cari tetti amati
     Ulisse, e non per sua sceleritade:
     ma sol perché Calisso lo teneva,
     Seco per forza, e di lui tutta ardeva.

Costei ch’era una fata, o Ninfa audace
     Data à i diletti, e ne’ suoi amor fervente
     Desiava goderselo con pace
     Infin ch’egli vivea, perpetuamente
     Onde percossa d’amorosa face
     Con inganni, e lunsinghe, era possente
     Di trattener, havendolo sì caro,
     Un Re prudente, un cavalier sì raro.

Ma non solo ad Ulisse era la sorte
     Contraria lunge alla sua propria terra,
     Ma da gli amici dentro à la sua corte
     gli era resa molestia, e fatto guerra.
     E Nettunno oltre à ciò l’odiava forte
     Sì, che ’l ritorno à la sua patria serra.
     Il quale in Ethiopia un dì fu gito
     À un solenne a lui fatto alto convito.


Intanto sù, nel regno almo, e celeste
     Gli Dei sendo a consiglio radunati,
     Si ricordò dell’homicida Oreste
     Giove Signor, e padre dei beati;
     Il qual, per far degne vendette, e honeste
     Del suo gran padre, e primo fra i lodati
     Levò di vita da giust’ira scorto
     Lui, che ’l proprio cugino havea già morto.

Giove dunque formò parole tali
     E disse: O quanto ingannano la mente
     À creder gl’ignoranti egri mortali
     Che i mal, ch’eßi patiscano sovente,
     Procedano da noi santi, e immortali,
     Da’ quai cosa non viene ingiustamente
     Perché cagion de’ loro affanni, e doglie
     È l’ignorantia, e le lor torte voglie.

Com’è avenuto al traditor d’Egisto,
     Il qual fuor d’ogni debito, e ragione,
     Come crudel, come malvagio, e tristo,
     La mogliera sposò d’Agamennone,
     E uccise lui per non perder l’acquisto,
     Che fatto havea della Real magione.
     Onde Oreste, benché non molto in fretta,
     Fè della morte sua degna vendetta.

Et io che conosceva il suo pensiero
     Esser così perverso, e così rio:
     L’avisai pel celeste messaggiero,
     Eloquente, e fedel, ministro mio,
     Che non facesse l’adulterio, e fiero
     Fosse al cugin, che pagherebbe il fio:
     Perché vendicator ne fora degno
     Il figlio, e racquistar vorrebbe il Regno.

Così fece Mercurio interamente
     L’officio, che da me gli fu commesso;
     Ma non gli pote dar sì buona mente
     Ch’ei lasciasse di far l’indegno eccesso.
     Hor con giusto gastigo pate, e sente
     Quel mal, di ch’egli fu ministro espresso.
     Conchiudo, che non debbono i mortali
     Recar à noi le cause de i lor mali.

La bella Palla con parole accorte
     Al padre de gli Dei così rispose:
     Padre, e rettor de la celeste corte,
     Che solo opere fai giuste, e pietose:
     Egisto si perì di degna morte,
     poiché la mano à sì rio fatto pose:
     E così pera ancor ciascun, che fia
     Ripien di crudeltate, e fellonia.

Ma io gelosa del mio Ulisse sono,
     Nè potrei dir quanto mi pesa, e dole,
     Ch’un cavalier sì valoroso, e buono,
     Quant’altro veggia raggirando il Sole,
     Calisso Ninfa (à cui già non perdono)
     Con arte, e con lusinghe, e con parole,
     Lo ritiene in un’isola serrata
     Da l’onde, e da costei sola habitata.

E pur vorria ch’Ulisse si scordasse
     De la patria à perpetuo suo piacere,
     Sì, che tutto ’l suo tempo consumasse
     Da lui sbandito, et in altrui potere.
     Cui più caro saria, che gli lasciasse
     Il fumo solo d’Itaca vedere,
     Che viver immortal presso à colei,
     Ch’ei non ama diletti, e manco lei.

Per questo gli saria la morte grata
     Più tosto, che gradir le costei voglie.
     Intanto gli è la casa depredata,
     Et ogni sua sostanza gli si toglie
     Da gli amici, che tengon molestata
     La sua cara, fedele e casta moglie:
     Che, come s’egli fosse giunto à morte
     Cercano à gara haverla per consorte.

Ond’ella per levar tal peste via,
     E allontanar queste pungenti spine,
     Voluto ha, che da loro à lei si dia
     Spatio, pria ch’à le nozze l’alma inchine,
     Ch’una tela, che tesse tuttavia,
     Con le sue mani, sia condotta al fine:
     Ma quanto il giorno la pudica tesse,
     Tanto la notte accortamente stesse.


Così conserva la sua castitate
     Pur aspettando, che ’l marito torni;
     Nè resta, che non vengan consumate
     Le cose sue fra tante notti, e giorni.
     Tu sai pur padre, ch’ami la bontate,
     Come i tuoi sacri altar fe sempre adorni
     Delle vittime usate, Ulisse mio,
     È sempre fu religioso, e pio.

Dunque perché sei verso lui sdegnato,
     se dir conviensi, ò sempiterno sire?
     Sappi ò Palla, ch’Ulisse ho sempre amato,
     Giove rispose, e sian lontane l’ire,
     Ch’osservator l’ho sempre ritrovato,
     Del culto mio, quanto si possa dire.
     Seco Nettunno è irato, et odia lui,
     Più che giammai mortale odiasse altrui.

E l’odio à lui fin da quel giorno prese,
     Nè d’altronde maggior prender potea,
     Alhor che qui privo dell’occhio rese
     Polifemo, che solo in fronte havea:
     E di tanto favor gli fu cortese,
     Che se ben navigare ei lo vedea,
     Uccider non lo volse, ò farli guerra,
     Mà sol lo tien lontan dalla sua terra.

Hor voglio ben, che ponga giù lo sdegno
     Nettunno, e lo porrà, voglia, ò non voglia,
     E che ritorni Ulisse nel suo Regno,
     E in tutto da quell’Isola si toglia.
     E perche tu, sei di fiorito ingegno,
     Permetto a te, che questo nodo scioglia:
     À cui più d’altro un tale ufficio lice,
     Che l’hai sì caro, e sì li sei fautrice.

Io sò, diss’ella, che ’l ritorno grato
     Sarà d’Ulisse à tutti quanti i Dei,
     Però che sia da te padre mandato
     Mercurio entro quell’Isola vorrei:
     Che ’l tuo fermo volere, e ’l tuo mandato
     Del ritorno di lui spieghi a colei,
     Che ’ntanto n’andrò in Itaca, e ’l figliuolo
     D’Ulisse ritrarrò d’affanno, e duolo.

Io farò che Telemaco, diletto
     Da me, come figliuol d’un huomo tale
     Ottenga, ch’à malvagi sia interdetto
     Di più seguir in fargli danno, e male:
     E fatto questo così buono effetto,
     Che forse è ’l più importante, e principale,
     In Pilo manderollo, ò in Sparta bella,
     Per intender di lui qualche novella.

Ciò detto havendo, ella dal ciel discese,
     Essendo armata, e havendo un’hasta in mano,
     E di Mente la forma intera prese,
     Ch’era un famoso, e degno Capitano.
     Và in Ithaca, ch’alcun non gliel contese,
     Che ’l contender sarebbe stato vano:
     E con quell’hasta in man si fu fermata
     Del palagio d’Ulisse in sù l’entrata.

E mentre mira, una gran turba vede,
     Ch’eran quei, che cercavan per mogliera
     La bella donna, che con tanta fede
     Serbava à Ulisse castitate intera.
     Vede, che questo, e quel superbo siede
     Nella gran sala, che le nozze spera.
     Poste le mense, e da diverse bande,
     Vede, che s’apprestavan le vivande.

Chi mesce il vino, chi divide e parte
     Le carni, ch’eran rare, et odorate:
     Chi questa cosa, e chi quella comparte,
     In vasi d’oro, e in tazze ricche, e ornate,
     E giunge l’una, quando l’altra parte
     E son più d’una volta replicate;
     E fra costor Thelemaco sedea,
     Guardando pur se ’l padre suo vedea.

Guardava pur, se ’l padre suo vedesse,
     Che giorno, e notte, il giovane bramava;
     Che sgombrar quell’Harpie tosto facesse,
     Onde sua facultà si consumava:
     E con la sua venuta si potesse
     Quetar la madre, ch’ogn’hor sospirava,
     E mentre il suo ritorno aspettar vuole
     Si consumava, come ghiaccio al Sole.

¿


Mentre, che così pensa gli occhi gira,
     E star con l’hasta in sù la porta aßiso
     Mentre, qual buono augurio, vede, e mira,
     Onde subito fé sereno il viso.
     Lassa la mensa, et à lui si ritira,
     Perché troppo d’offenderlo gli è aviso,
     Lassando lui sù quella porta stare,
     Che molto era tenuto d’honorare.

Come gli è appresso, per la destra il prende,
     E lo abbraccia, accarezza, e se gl’inchina,
     Gli tol l’hasta di mano, e la sospende
     À una rastella, ch’ivi era vicina.
     E questo fatto, seco i passi stende,
     Mentr’ella il segue, et ci innanzi camina,
     E la conduce, ov’era incominciato
     il convito, ma in luogo più appartato.

Sopra à un ricco sedil l’adagia, e pone,
     Come io vi dico in parte più riposta,
     Acciò, quando facesse alcun sermone
     Del padre, in cui sua speme havea riposta,
     Non fosse inteso da l’empie persone,
     Onde in ruina era sua casa posta.
     E dice, amico vi ristorerete
     Prima col cibo, e poi ragionerete.

Quivi un leggiadro, e vago giovenetto
     Diede a la santa Dea l’acqua à le mani
     In un bacin d’argento puro, e schietto
     Con vaso d’oro in bei sembianti humani.
     Recati i cibi poi fur di perfetto
     Sapor, più ch’altri, od esterni, ò nostrani,
     E ’l vino in larga copia, e parimente
     Ogni cosa più rara, et eccellente.

Nè i Prodi Penelope restaro
     Di seguir il convito lietamente;
     Anzi tanto egualmente, e più mangiaro,
     Che troppo fora ad una grossa gente.
     E poi che molto satij si trovaro,
     Si trastullar con canti parimente,
     E con suoni, e con danze; i quali inviti
     Son proprio le delitie de’ conuiti.

Fecer sonar con una cetra d’oro.
     Femio, che mal suo grado à questo scese;
     E così il ventre loro ampio ristoro,
     E non picciol piacer l’orecchia prese.
     Mentre così facevano fra loro,
     A Palla disse il giovene cortese:
     E ’l pensier di costor la cetra, e ’l canto
     Però, che ’l cibo altrui mangiano intanto.

Io dico di colui, che forse il mare
     (E voglia Dio, ch’io non m’opponga al vero)
     Nasconde, e copre, ò candide ossa appare
     In qualche terra del nostro Hemispero.
     Ma s’egli si vedesse ritornare,
     O’ come caderia lor nel pensiero
     Desiderio d’haver le piante preste
     Più che debil non son d’oro, e di veste.

Ma certo à lui più vita non avanża
     Che son molt’anni, ch’è lontan da nui
     Nè se n’intende noua, che possanza
     Habbia di far, che più s’aspetti lui,
     Si, ch’amico perduta ho la speranza
     Di riveder l’aspetto, e gli occhi sui,
     Ma tu dimmi per gratia quel; che sei;
     E perch’hoggi venuto à i tetti miei.

Che forse esser potresti amico ancora
     Del mio buon padre à qualche tempestato;
     Il qual peregrinando infino ad hora,
     Se vive, in molte parti ha conversato.
     Con dolce aspetto gli rispose allhora
     Pallade, e con parlar soave, e grato:
     Io mi glorio, e mi vanto d’esser Mente,
     Che fu figliuol d’Antiloco prudente.

E signoreggiò à Tasii, che periti
     Del navigar anticamente sono;
     E son venuto à questi nostri liti
     Per mar, havendo vento amico, è buono.
     Il mio viaggio e à Temese, ove giti
     Son molti nostri con non picciol dono
     E vi vado per rame, e parimente
     Vi porto ferro splendido, e lucente.

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