< Lettere (Campanella)
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LXVII. A Galileo
LXVI. Al medesimo LXVIII. Al medesimo

LXVII

Al medesimo

A malgrado delle minacce, egli continua in Roma ad occuparsi di Galileo,
ma pur troppo non gli può dar buone notizie.

 Signore eccellentissimo,

Ho fatto il possibile per servirla: e s’io scrivessi a lei le ragioni urgentissime ed interessi donde non si devean movere a far contra lei, si stupirebbe: ex arcanis eorum sacris et politicis. Non fui ammesso: e pur informai un eminentissimo che sostenne l’impeto di contradicenti, e si dilatò da mattino ad un’altra di vespro: e pure non so che si è fatto. Ma non spero bene, mentre io non fui ammesso, e qualche persona m’ha minacciato. Però non dico altro in questa. Desidero la sua presenza per etc. A Dio. Concordiamoci col voler divino, e crediamo che se le cose naturali tutte son fatte con arte e sapienza infinita, anche le morali e politiche, se ben a noi pare al rovescio; e siamo figli dell’obedienza. Quando s’affreddará il sangue, dirò a lei piú. A dio.

 Roma, 25 settembre 1632.

Di V. S. eccellentissima
servitore ed amico
Tomaso Campanella.


Al signor Galileo Galilei,
     filosofo e matematico dell’Altezza di Toscana,
          padrone osservandissimo,
 Firenze.

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