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[[Categoria:Pagine che usano RigaIntestazione|Bertacchi - Meteore Luminose, 1883.djvu{{padleft:13|3|0]]cora una edizione italiana redatta con vera intelligenza di critica storica e scientifica, la quale collochi il De Dominis a quell’alto posto che gli compete nello svolgimento del pensiero moderno.
Ho già nominato Isacco Newton. Fu egli il primo che trasse quest’opera dall’obblio in cui era caduta; fu il primo e forse il solo finora veramente atto a giudicarla.
Ecco in qual modo si esprime a proposito della teoria dell’arcobaleno il sommo fisico inglese:
«. . . . . ciò fu capito da qualcuno degli antichi: e di recente il famoso[1] Antonio De Dominis, Arcivescovo di Spalatro, in questo libro De Radiis visus et lucis, pubblicato dal suo amico Bartoli in Venezia, nell’anno 1644, e scritto circa venti anni prima, insegna come l’arco interiore è fatto in rotonde goccie di pioggia da due rifrazioni della luce del sole ed una riflessione frammezzo a queste, mentre l’arco esteriore è fatto da due rifrazioni estreme e due riflessioni intermedie in ogni goccia d’acqua. L’autore prova queste spiegazioni per mezzo di esperimenti fatti con una fiala piena d’acqua e con globi di vetro riempiti pure di acqua, disposti al sole in modo da produrre i colori dei due archi che appaiono in natura. La stessa spiegazione ha seguitato Cartesio nei suoi scritti sulle meteore, accomodando quella dell’arco esteriore[2].
Si volle pretendere da alcuni che Newton abbia inteso di innalzare De Dominis per abbassare il filosofo