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[[Categoria:Pagine che usano RigaIntestazione|Deledda - Giaffà, Sandron, 1931.djvu{{padleft:90|3|0]]leria, ampia, illuminata da una finestrina piccolissima, ovale, aperta sulla volta. C’era una grande aria di mistero li dentro. La luce era scarsa, il silenzio profondo. Ossi bianchi e ossi appena spolpati ornavano la galleria.

Del rinfresco è inutile parlare: non ce n’era neppure l’ombra, se pure i rinfreschi hanno ombra.

— Aspettate un momentino — disse il volpone — vado a salutare Felissia, la mia signora, ed a baciare i miei piccini.

— Andiamocene di qui — disse il pettirosso, appena furono soli. — Andiamocene, signore mie, andiamocene. —

I compagni, in attesa del rinfresco, gli risero sul... becco. Invano l’uccellino fece loro notare il sinistro aspetto del luogo, invano additò gli ossi.

La gallina trovava tutto artistico e pittoresco, e voleva scommettere che gli ossi non erano ossi, ma ornamenti antichi che solo un signore come il volpone poteva permettersi in casa sua. Il gallo diceva la stessa cosa, e la tortora, spirito soave ma debole, seguiva l’opinione degli altri.

— Andiamo, andiamo — ripeteva il pettirosso, ma già, era come dirlo al muro. Il volpone

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