< Pagina:Deledda - Nel deserto, Milano, 1911.djvu
Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta.

— 100 —

[[Categoria:Pagine che usano RigaIntestazione|Deledda - Nel deserto, Milano, 1911.djvu{{padleft:106|3|0]]dine, aprirono i cassetti, ma trovarono solo carte inutili o un foglietto nel quale il vecchio dichiarava la sua volontà: mobili, biancheria, gioielli, tutto doveva esser diviso in parti eguali fra Lia e Costantina.

Il plico giallo coi sigilli rossi che Lia aveva intraveduto nel cassetto, il giorno delle sue nozze, era sparito: ella si sentì umiliata per la disposizione testamentaria dello zio, che l’aveva messa al pari della serva; ma non si lamentò, anzi offrì a Costantina di rimanere al suo servizio. La serva era cupa, inquieta, come se la visione della morte l’avesse profondamente colpita; ringraziò signoricca, ma dichiarò che non vedeva l’ora di tornarsene al suo paese e di ricomprare la casupola paterna, e mentre Lia conservava con cura i vestiti, gli anelli, tutte le piccole cose che lo zio, in mancanza di altri affetti, aveva amato gelosamente, ella vendette la sua parte di mobili e di gioielli, pur, come aveva ben detto Justo, piangendo e rievocando la memoria del defunto come quella di un eroe.

— Egli era buono o generoso, sì, sì; era come quelle piante storte e bistorte e dal tronco ruvido, e che danno i più buoni frutti....

— Vuoi dire di quelle piante dal cui legno si fanno i buoni mobili? — le disse Justo, canzonandola senza acredine.

Ella lo guardò selvaggia.

— Lei scherza sempre, si sa, come fanno i

Questa voce è stata pubblicata da Wikisource. Il testo è rilasciato in base alla licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Potrebbero essere applicate clausole aggiuntive per i file multimediali.