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248 ATTO TERZO

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Livia. Recami il calamaio. Scrivere io voglio.

Cecchino.   Subito.
Sana quest’altra orecchia non conservare io dubito.
(va a prendere da scrivere)
Livia. Mi avvilirò a tal segno? gli scriverò? si faccia;
Ma il foglio mio contenga un’onta, una minaccia.
E poi se più s’irrita? Eh, non potrà durarla.
Se vede una mia carta, son certa, ha da baciarla.
Cecchino. Ecco qui l’occorrente.
Livia.   Non ti partire.
Cecchino.   Aspetto.
Livia. Ho cento dubbi in cuore; ho delle smanie in petto.
Vorrei, e non vorrei. Son di consiglio priva.
Ora spero, or pavento. Risoluzion: si scriva. (siede)
Perfido!
Cecchino.   (Eh, bel principio!) (da sè)
Livia.   Ah, si moderi il caldo.
(straccia il foglio)
Ma l’onor si sostenga. Scrivasi: Don Rinaldo.
Nuovo linguaggio e strano giunse al cuor mio nel foglio.
Che di dolore empiendomi... Non sappia il mio cordoglio.
(straccia la carta)
Cecchino. (Ho inteso. Donna Livia or or farà ch’io parta,
Dieci quinterni almeno a provveder di carta), (da sè)
Livia. Don Rinaldo, stupisco che un tal linguaggio nuovo
Giunga a me d’improvviso... I termini non trovo.

SCENA VIII.

Il Servitore e detti.

Servitore. Signora, favorisca.

Livia.   Che vuoi?
Cecchino.   (Abbi giudizio).
(piano al servitore)
Servitore. Perchè?

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