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488 ATTO QUARTO

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Conte. (Ah sì, lo vedo, le mie nozze ha in mira.

Chi le porge il consiglio, amore od arte?) (da sè)
Giuseppina. (Gli scotta il colpo, e per amor sospira). (da sè)
Conte. Bramereste il ballar lasciar da parte?
Giuseppina. Abborrisco un mestier che per il mondo
Tristi menzogne di chi l’usa ha sparte.
Conte. Vi farebbe uno sposo il cor giocondo?
Giuseppina. Uno sposo, signor? Tutti gli sposi
Non hanno in cor della virtude il fondo.
Conte. Come spiriti in voi sì generosi
La bell’alma nutrì?
Giuseppina.   Natura istessa
Ha i semi in tutti di virtude ascosi.
Donna volgar, dalle sventure oppressa,
Per ciò non perde di ragione il lume,
Nè dalla sorte l’anima è depressa.
L’onestà, la prudenza, il buon costume
Solo non è dei nobili retaggio;
Parte siam tutti dello stesso nume.
Tra la folla del volgo, un cuor ch’è saggio
Si distingue dagli altri, e contro il fato
Sa, se il fato l’insulta, aver coraggio.
Conte. (Ah, un nobil cor di tanti pregi ornato
Chi amar non puote, e posseder non chera?)
Giuseppina. (Deh non sia meco il mio destino ingrato!)
Conte. Donna gentil, parlatemi sincera:
Il vostro cor, che nel mio cor penetra,
Sopra dell’amor mio che cosa spera?
Giuseppina. Spero, signor, mercè di lui, che all’etra,
E alla terra, ed al mar la legge impone,
Ch’ogni tristo pensier da voi s’arretra.
Spero che di fortuna al paragone
L’onestà messa, e il femminil decoro,
Degna sia della vostra compassione.
Spero offerto da voi siami il tesoro

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