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22 | l'ombra del passato |
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Quando zio e nipote rientrarono nell’aja, la processione era già passata; le donne ritiravano le lenzuola dalle corde, e Adone profittò del momento per correre in cucina a guardare dentro la pentola che gorgogliava e fumava sul fuoco semispento.
— La ghè, la ghè — mormorò, toccando col ditino la zampa giallognola della gallina che bolliva dentro la pentola. Egli era un golosone, e per di più aveva fame; il sentimento del dovere e neppure la paura di scottarsi gli avrebbero impedito di sgraffignare la zampa della gallina, se in quel momento la zia non si fosse precipitata dentro la cucina, gridando disperata:
— Le undici! Son le undici, e nessuno lo diceva! Povera me!
Adone non si commosse: finse di cercare un tappo sotto la tavola, poi, rassicurato, si avvicinò alla zia che in fretta e furia s’era messa ad impastare le tagliatelle.
— Zia, dammi i gusci, — pregò. — Zio Giuan dice che ora si fanno anche le uova false. Voglio provare a farle.
— Caro il mio omin, — disse la donnina — una sola persona può fare le uova.
— Chi?