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Io ero allora in quel periodo fortunoso della prima giovinezza che bene si può rassomigliare all’alba — il sole non è sorto ancora ma non è più notte.

Sentivo una dolce commozione quando la bella Tedesca mi guardava, o quando, sotto al piccolo tavolo, accadeva uno scontro più o meno involontario di ginocchi.

Il focherello prendeva a poco a poco le proporzioni d’una fiamma.

Un giorno, fatto ardito dalla circostanza che Vittorio raccoglieva per terra alcune penne cadute e quindi non poteva vedermi, mi impadronii della mano di Wilhelmine e la strinsi con tutto l’ardore d’una dichiarazione appassionata. Ella ritirò la mano, ma pochi momenti dopo scriveva sul mio quaderno: Eure Augen gefallen mir: e siccome avevo il dizionario davanti, tradussi senza fatica: Mi piacciono i vostri occhi.

Che potevo desiderare di più? Gli occhi sono la via del cuore e se alla bella prima madamigella Wilhelmine imbroccava la via giusta, io dovevo considerarmi senz’altro il più felice dei mortali — frase consacrata per l’uso speciale degli innamorati in estrema cottura.

Alla lezione seguente, madamigella ci significò

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