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Accadde dell’augurio di Daniele come della maggior parte degli auguri — la notte di Clelia fu pessima.

Pessima in due modi e per due sensazioni opposte, l’una di piacere e l’altra di dolore, conducenti entrambe a una veglia tormentosa.

Ora ella chiudeva gli occhi pensando di addormentarsi sul ricordo delizioso di quello sguardo e di quella stretta di mano: e il ricordo invece la teneva svegliata, rinnovandole sotto l’epidermide una corrente elettrica che la scuoteva tutta.

Ora l’assaliva tremendo il dubbio che il Disertore fosse raggiunto dai gendarmi e se lo immaginava preso, legato, messo in prigione, ucciso.

Apriva gli occhi, e nel buio della notte luccicanti come stelle vedeva le pupille del Disertore tenere e meste, umili e ardenti.

Si voltava, si rivoltava; gettava via il piumino; aveva caldo, aveva freddo; non poteva trovar pace.

Il suo buon guanciale sprimacciato le sembrava uno strumento di tortura e lo rizzava sulla sponda del letto; poi, brancicando, lo prendeva chi sa

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