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8 | il regno dei cieli |
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II.
Or dùnque, il naturale stato dell’uomo è la infelicità? dùnque, sarà e vera e immutàbile l’antica sentenza che ci dannava all’esiglio, al sudore, al dolore? dùnque, non avremo a conforto che o gli obliosi fumi del vino o le lontane promesse delle religioni?
Taci; non insultare a Natura, la eternamente, la immoderatamente buona. Insieme alla làgrima, essa ci ha dato il sorriso; qui vive Felicità.
Ma e dove? e il Ricco chièdene il prezzo, e il Forte s’apparecchia a rapirla, e il Saggio la indàga. Non la trovando, la nègano.
Nè l’han potuta trovare, chè invano cèrcasi fuori, quanto àbita in noi. Felicità sta nell’applàuso solo della nostra coscienza — una in tutti — da quei piaceri appagata che non tùrbano gli occhi, nè per l’eccesso corròmponsi, e dei quali, fonte perpètua, è la Carità.
Ma, odi! quì si propàga il frèmito insoddisfatto della delusa aspettazione. E una e dieci e cento e mille voci lamentosamente conclàmano: «carità fu fatta.»
— Io — uno dice, venèndomi incontro tòrbido in volto e altezzoso — io son nientemeno che il fondatore del vostro grande ospedale, un