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Domestiche carità 19

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cosa di quanto l’altra rapì, e certa privata, ma che dir si potrebbe all’ingrosso, perchè non volta a vantaggio della persona, bensì di quel nome che è il pòpolo, come sarebbe, fondare spedali, costrurre aquedotti, erìgere stàtue, tutte òttime cose in sè stesse, ma in chi le fà, non tanto beneficenze, quanto magnificenze.

Io intendo invece parlare di carità più domèstiche.

Innanzi tratto però, via dal capo una idea! C’è da scomméttere e vìncere, che se diceste a un pittore, uno s’intende dei mille futuri ingombratoli delle soffitte, di figurarvi un atto di carità, egli vi pingerebbe, e voi ve ne terreste appagati, un cencioso che chiede e un ben-vestito che dà. I pie’ scalzi di uno, le pellicce dell’altro, molta neve all’intorno, sarèbber suggello alla scena. E infatti, la pòvera imaginazione dei Molti si arresta a sìmile quadro. Ma è un pìngue errore il pensare che nulla ci sia oltre la nostra veduta. Carità trionfa in ben altro che non nel convenzionalissimo soldo, alimento a due odiosi mestieri ad usum Ecclesiæ, l’accattonaggio e il limosinaggio.

— Oh, quanto a me — salta su a dire un maestro di economìa polìtica — io tengo il sistema di non aver mai moneta. — Per amore del cielo! non ingabbiarti in sistemi: o se ne vuoi proprio uno, scegli almeno l’opposto; e làsciati facilmente ingannare, e dà sempre, credendo. Di tutte le règole, è prima, dimenticàrsene a tempo.

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