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Proseguirono in silenzio.

— Vetturino, di qua: via Cuba, al primo portone, — ordinò finalmente l’Alvignani.

Poco dopo, entrati nell’ampia stanza in cui si apriva il balcone dalla balaustrata a pilastrini, ripresero la conversazione.

— Sei incorreggibile! — esclamò, ridendo, Gregorio. — Vuoi proprio pigliarti tutte le gatte a pelare?

— Eh, lo so! Ma che vuoi farci? È il mio destino.... Tutti ricorrono a me.... Non so dire di no, e.... Questa volta però.... Sai che quel povero ragazzo si è ammalato? È stato proprio per morire....

— Il Pentàgora? Davvero?

— Lui, Rocco; eh sì. Ha avuto il tifo.... Io abito, non so se lo sai, nella stessa sua casa. M’ha fatto chiamare.... Poverino, s’è ridotto così male, che non si riconosce più. — “Professore, dice, lei deve ajutarmi.... Le lettere non servono a nulla.... Lei deve andare dalla madre di Marta; le dica come m’ha veduto.... Io voglio Marta, la voglio!...„ — E così, siamo qua, caro Gregorio! Speriamo di por fine a questa storia disgraziata per tutti....

— Sì, sì.... — affermò l’Alvignani, passeggiando per la stanza. — È il meglio che si possa fare, senza dubbio.

— Non è vero?

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