< Pagina:Tempesta.djvu
Questa pagina è stata trascritta, formattata e riletta.

26 la tempesta

[[Categoria:Pagine che usano RigaIntestazione|Tempesta.djvu{{padleft:42|3|0]]


nello spacco di un pino e dentro quelle
strette pareti dodici anni intieri
crudelmente restasti prigioniero.
E in questo tempo ella morì lasciando
te a gemere là dentro, con sospiri
più rapidi dei gemiti che fanno
le ruote di un molino. Allora questa
isola - se n’eccettui quel figlio
ch’ella avea partorito, un mostricciuolo
lentigginoso e degno di sua stirpe -
non era anco onorata da un’umana
forma.

  Ariele.
  Sì, Calibano165-1, il figlio suo.

  Prospero.
È quel che dico, spirto mentecatto!
Ed è appunto quel Calibàn che tengo
al mio servizio. Tu sai bene in quali
tormenti ti trovai. Faceano urlare
i lupi le tue grida e i furiosi
orsi a pietà muovevano. Un tormento
di dannato. E non era più presente
Sicoràx per disfar l’opera sua.
Fu l’arte mia che ben costrinse il pino
a riaprirsi e ti lasciò partire
allorchè quivi giunto io ti sentii.

    Questa voce è stata pubblicata da Wikisource. Il testo è rilasciato in base alla licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Potrebbero essere applicate clausole aggiuntive per i file multimediali.