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(Politica) (IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
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CAPITOLO VIII.
delle parti che compongono la casa famigliare.
Ma perchè tre cose si ritrovano nel governo di casa, il principato signorile, di che si è parlato innanzi, il paterno, e quello che è infra il marito e la moglie. Perchè egli è vero, che si comanda alla moglie e ai figliuoli, che ambedue son liberi: ma non già in un medesimo modo di comandamento. Anzi alla moglie si comanda civilmente, e ai figliuoli con l’imperio regale; conciossiachè il maschio da natura sia fatto sopra la femmina (se già in qualche luogo non interviene altrimenti fuori dell’ordine naturale). E il più antico, e il più perfetto debbe per natura comandare al più giovane, e al più imperfetto. — Dico però, che nei principati civili nella più parte di essi si tramuta scambievolmente chi comanda e chi ubbidisce; perchè tali vogliono essere in tai principati uguali per natura, e in nulla differenti. Contuttociò ancora in questi governi, quando uno è principe e quando uno ubbidisce, vi si ricerca differenza negli abiti, nel parlare, e nelle onoranze: siccome fu l’apologo d’Amasi re circa il bacino da lavarsi i piedi. Ma il maschio in verso la femmina ha sempre un medesimo modo d’imperio; e l’imperio, che si ha verso i figliuoli è il regio: imperocchè il generante è principe, ed è per via di benevolenza e per via d’età. Le quai condizioni fanno la specie dell’imperio regale; onde Omero bene disse di Giove chiamando il re universale,
- Degli uomini gran padre, e degli Dei.
Alle donne il silenzio onore apporta,
Ma non già all’uomo.
E perchè il fanciullo è imperfetto, però ha egli la virtù non come virtù, che sia a lui stesso, ma come quella, che sia al più perfetto di lui, e a chi lo guida. E così sta ben dire della virtù del servo, cioè, ch’ella è virtù al padrone, posto che il servo sia utile ai bisogni del padrone; e però viene egli di poca averne bisogno: e solamente di tanta, che nè la intemperanza, nè la timidità l’abbiano a ritrarre dai suoi ministeri. — Puossi ancora dubitare se egli è vero, quel che si è detto: se gli artefici hanno, dico, bisogno di virtù: perchè e’ lasciano molte volte indietro i loro esercizî per essere intemperanti. Ovvero questo dubbio non ha simiglianza col primo, conciossiachè il servo viva con noi, e che l’artefice ci sia più lontano; e tanto gli faccia mestieri di virtù, quanto e’ partecipa di servitù; che invero l’artefice vile ha una certa servitù determinata. Oltra di questo il servo è così per natura; ma nè il cojajo, nè nessuno altro artefice è così per natura. È manifesto adunque che della virtù che ha il servo, ne debbe essere cagione il padrone, e non chi ha la podestà signorile in insegnare gli esercizj servili. Onde non bene afferman coloro, che vogliono privare i servi di ragione; dicendo, ch’egli hanno ad eseguire solamente il comandamento. Anzi, dico io, che maggiormente si debbono ammonire i servi, che i fanciulli. E di tali cose basti la data determinazione. Ma del marito e della moglie, e del padre, e dei figliuoli, qual debba essere la vita di ciascuno; e quello, che stia o non stia bene nella conversazione da farsi infra loro; e qualmente e’ si debba seguire il bene, e fuggire il male; di tutte queste cose, dico, è di necessità discorrerne dove si tratterà degli Stati. Imperocchè essendo la casa tutta parte della città, e le cose dette essendo parte della casa; e la virtù della casa dovendo riguardare alla virtù del tutto: però è di necessità d’istruire i fanciulli e le mogli, avendo l’occhio alla repubblica se egli è vero, che a fare la città virtuosa, importi che i fanciulli, e le mogli sieno virtuosi. E che egli importi è certissimo, conciossiachè le mogli sieno la metà degli uomini liberi; e che dei fanciulli si tragghino i governatori degli Stati. Laonde essendosi qui determinato di loro, e del resto altrove dovendosi determinare, lasciato qui, come finito questo ragionamento, parliamo ormai con un altro principio: e innanzi tratto facciamo considerazione di quello, che è stato detto dai savi della republica ottima.
fine del libro primo.