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LXXXV. Quand’io riguardo me vie più che ’l vetro
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LXXXV.


Quand’io riguardo me vie più che ’l vetro
     Fragile, et gli anni fuggir com’il vento,
     Sì pietoso di me meco divento,
     Che dir nol porria lingua, non che metro;
     Piangendo il tempo, ch’ò lasciat’adietro,5
     Mal operato1 et prendendo spavento
     De’ casi, i quai talora a cento a cento
     Posson del viver tormi il cammin tetro.
Né mi può doglia, per ciò, né paura
     La vaga donna trarre della mente,10
     Dov’Amor disegnò la sua figura.
     Per che, s’io non m’inganno, certamente
     La fine a quest’amor la sepultura
     Darà, et altro no, ultimamente.

  1. «Male speso.»


Note

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