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La libbertà de cammera sua Lo scortico de Campomarzo
Questo testo fa parte della raccolta Sonetti romaneschi/Sonetti dal 1828 al 1847

LE COSE SUE DE LA PADRONCINA

     Ggnente, Siggnora mia: nun ze ne pijji,
Dii tempo ar tempo. Eppoi, ppiù de mi’ nonna,
Che de vent’anni nemmanco era donna?
E ddopo fesce disciassette fijji.

     Nun è la prima lei né la siconna.
Dunque che ccosa sò ttanti scompijji?
Lei bbadi a li mi’ poveri conzijji;
Parli cór zempriscista a la Rotonna.

     Vienuto quer negozzio che jje stenta,
La su’ fijja aritorna un zanguellatte,
jE diventa una rosa, je diventa.

     Cacci er medico, cacci, e stii tranquilla.
Questi cqui nun zò affari da miggnatte:
Ce vò ddittimo-grego e ccapomilla.

2 giugno 1845

Note

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