< Le odi di Orazio < Libro secondo
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Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
Libro secondo - XVI Libro secondo - XVIII

XVII.


Perchè co’ tuoi lai mi disanimi?
    Nè agli Dei piace nè a me, ch’estinguerti
        Il primo tu debba, o Mecena,
        4Grande onor di mia vita e sostegno.

Ah se te, parte del mio cor, togliemi
    Una più lesta forza, superstite
        Non intera nè amata al pari
        8A che l’altra più indugia? Quel giorno


Recherà ad ambi l’esizio. Perfido
    Voto non dissi: quando precedermi
        Tu debba, andremo, andrem compagni
        12Preparati al viaggio supremo.

Me non dell’ignea Chimera l’alito,
    Me, se risorga, non Gea centímane
        Da te sverrà mai: così piace
        16A Giustizia possente, alle Parche.

O che la Libra o il formidabile
    Scorpion me guardi, segno infaustissimo
        All’ora natale, od il Capro
        20Che dell’onda d’Esperia è tiranno,

La nostra stella con indicibile
    Modo cospira. Te la custodia
        Del fulgido Giove a Saturno
        24Empio tolse e del fato imminente

Ritardò l’ale: denso a te il popolo
    Lieto in teatro scoppiò in applausi
        Tre volte; me un tronco, cadente
        28Sul mio capo, uccideva, se il colpo


Non attutiva la man di Fauno,
    De’ Mercuriali custode. L’ostie
        E l’ara votiva offrir pensa;
        32Noi modesto un agnel feriremo.


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