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IL TUTORE 361

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Beatrice. No, signore, è ancora presto.

Pantalone. Xe ancora presto? (verso Rosaura)

Rosaura. Ella dice che è presto, ma io mangerei.

Pantalone. Anca sior Florindo xe de quei che va tardi?

Florindo. Non sono de’ più solleciti, ma l’ora veramente è passata. Signore mie, con loro permissione. Padroni, vi sono schiavo. (Mi spiegherò col signor Pantalone). (da sè)

Beatrice. Ricordatevi che non abbiamo terminato il nostro discorso.

Florindo. Lo finiremo poi.

Beatrice. Dopo pranzo?

Florindo. Sì signora, verrò dopo pranzo. (parte)

SCENA XIX[1].

Pantalone, Beatrice, Rosaura, Lelio.

Pantalone. (Conversazion, seguro, e la putta in mezzo. Ho paura che la se ne serva per osel[lower-alpha 1] da rechiamo). (da sè)

Lelio. Signore mie, vi leverò l’incomodo.

Pantalone. Fermeve, sior, che v’ho da parlar.

Lelio. Benissimo. (Egli è il suo tutore; se me la desse, oh la bella cosa!) (da sè)

Pantalone. Siora Rosaura, l’avviso qua in presenza de so siora mare, che ho trovà el liogo da metterla, che la xe aspettada, e che quanto prima vegnirà la mia gondola a levarla, e la meneremo dove che l’ha d’andar.

Rosaura. Benissimo... Anderò dove mi condurranno.

Pantalone. Cossa disela, siora Beatrice? Gh’ala gnente in contrario?

Beatrice. (È meglio ch’io la lasci andare). (da sè) Che cosa dice mio fratello?

Pantalone. Lu xe contento.

Beatrice. Bene, se egli si contenta, sono contenta ancor io.

  1. Uccello.
  1. È unita nell’ed. Bett. alla scena precedente.
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