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IL VECCHIO BIZZARRO 433

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Celio. Aspetta. Guardami un poco in viso. Che ti pare? Sono pallido? Ho cattiva ciera?

Traccagnino. Se sì grasso come un porco.

Celio. La grassezza non serve. Bisogna osservare il color del viso.

Traccagnino. Sì rosso come un gambaro.

Celio. Rosso? Assai rosso?

Traccagnino. Rosso come el scarlatto.

Celio. Mi sento del calore alla testa. Dammi uno specchio.

Traccagnino. Un specchio? Da cossa far?

Celio. Voglio vedere che sorte di rosso è.

Traccagnino. Eh via, che mattezzi!

Celio. Voglio lo specchio, ti dico.

Traccagnino. El fogo lo vorla?

Celio. No, non voglio altro fuoco. Ho la testa calda.

Traccagnino. Vago a tor el specchio.

Celio. Fa presto... Mi par d’avere le fiamme nel viso.

Traccagnino. (È vero, tutto el so mal l’è in tela testa). (parte, poi ritorna)

Celio. Mi si potrebbe formare una postema nel capo. Questi umori vaganti, questi sieri acri, mordaci, si potrebbero fissare... (si tasta il polso) Ho un polso molto cattivo. (si tasta l’altro) E questo non corrisponde a quest’altro.

Traccagnino. Son qua col specchio.

Celio. Traccagnino, vieni qui[1]. Tastami un poco il polso.

Traccagnino. El polso? dove?

Celio. Qui, qui, il polso. Non sai dov’è il polso, che ordinariamente si tasta?

Traccagnino. Sior sì, lo so.

Celio. Senti dunque. (gli dà il braccio)

Traccagnino. Mi no sento gnente.

Celio. Non senti battere il polso?

Traccagnino. Dov’èlo el polso?

Celio. Non lo trovi?

  1. Ed. Pasquali: vien qua.
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