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LA CASA NOVA 295

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Fabrizio. Sì. Ho piacere di trovarmi in compagnia della vostra signora. È una giovane che ha un grande spirito.

Anzoletto. Sior sì, qualche volta un pochetto troppo.

Fabrizio. Vi dolete ch’ella sia spiritosa?

Anzoletto. Lassemo andar sto discorso. Ve ringrazio che m’abbiè suggerìo la cossa della tramontana.

Fabrizio. Caro amico, mi preme tanto la vostra salute; e poi la vostra sposa ci averebbe anch’essa patito.

Anzoletto. In quanto po a mia muggier, la xe tanto difficile da contentar, che no so come che l’abbia da esser.

Fabrizio. Chi è questa signora?

Anzoletto. No la cognossè? Mia sorella.

Fabrizio. Ah sì, la signora Menichina. Capperi, la s’ha fatto grande[1].

Anzoletto. Anca troppo.

Fabrizio. Converrà che pensiate a maritarla.

Anzoletto. Caro vecchio, no me parlè de ste malinconie, che me fe vegnir mal.

SCENA VI.

Meneghina e detti.

Meneghina. Se pol vegnir? (di dentro)

Anzoletto. Vegnì, vegnì. Meneghina.

Fabrizio. Servo umilissimo della signora Menichina.

Meneghina. Patron riverito. Grazie, sior fradello, della bella camera che la m’ha favorido. (ad Anzoletto, con ironia)

Anzoletto. Coss’è? No la ve piase? No sè contenta?

Meneghina. No credeva in sta età de averme da andar a sepellir.

Anzoletto. A sepellirve? per cossa?

Meneghina. Xela una bella discrezion, cazzarme in t’una camera sora una corte morta, che no se vede a passar un can?

Fabrizio. Ha ragione la signora Menichina.

  1. Nell’ed. Pasquali si legge; «Ah sì, la signora Meneghina. Capperi, la s’ha fatto granda».
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