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prefazione. cxxxvii

[[Categoria:Pagine che usano RigaIntestazione|Gozzi - Le fiabe. 1, 1884.djvu{{padleft:155|3|0]]e trascende l’intenzione dell’arte, che era possibile colla qualità e misura d’ingegno e coll’educazione letteraria di Carlo Gozzi, ma contiene pure gran parte di vero in ciò, se non altro, che concorda coi giudizi del Goethe e del Bouterweck. Linee più sfumate e più vaghe, apprezzamenti più soggettivi e metafisici trovansi in altri umoristici e Romantici tedeschi a proposito del Gozzi. Alle estrinseche bellezze della Turandot attribuiva importanza grandissima il fantastico Hoffmann, del quale alcuni fanno un imitatore del Gozzi.[1] L’Hoffmann, in un suo Dialogo intitolato: Tribolazioni d’un Direttore di Teatro, loda sopratutto il bizzarro contrasto che passa fra la poetica Turandot e la bonomia comicamente volgare del padre di lei. Se la Turandot è rappresentata da una bella attrice, quel suo sollevare improvvisamente il velo, che la copre agli occhi del principe Kalaf, deve produrre un effetto irresistibile e costringere gli spettatori ad esclamare estatici, come il Kalaf, fulminato da quello sguardo divinamente superbo: «Oh bellezza! oh splendor!» Parimente la gravità comica, la figurina Chinese d’Altoum, padre di Turandot, esilara opportunamente e bilancia il

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  1. Vedi lo Chasles e il De Musset. Opere cit.
  2. stofane ha quelle maschere che intendo io, e non i veri caratteri a uso Menandro, o Molière o Goldoni.» Fatta ragione della diversità dei tempi e dei fini della satira comica di Carlo Gozzi, il concetto proposto dal Capponi al Morelli combina in parte con ciò che il Gozzi tentò in alcune sue Fiabe.
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