< Pagina:Sonetti romaneschi V.djvu
Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta.

Sonetti del 1845 267

[[Categoria:Pagine che usano RigaIntestazione|Sonetti romaneschi V.djvu{{padleft:277|3|0]]

LA NOTTE DE PASQUA BBEFANÌA.[1]

  Mamma! mamma! — Dormite. — Io nun ho ssonno. —
Fate dormì cchi ll’ha, ssor demonietto. —
Mamma, me vojj’arzà. — Ggiù, stamo a lletto. —
Nun ce posso stà ppiù; cqui mme sprofonno. —

  Io nun ve vesto. — E io mo cchiamo nonno. —
Ma nun è ggiorno. — E cche mm’avévio[2] detto
Che cciamancàva[3] poco? Ebbè? vv’aspetto? —
Aùffa li meloni e nnu’ li vonno![4]

  Mamma, guardat’un po’ ssi cce se vede? —
Ma tte dico cch’è nnotte. — Ajo! — Ch’è stato? —
Oh ddio mio!, m’ha ppijjato un granchio a un piede. —

  Via, statte zzitto, mo attizzo er lumino. —
Sì, eppoi vedete un po’ cche mm’ha pportato
La bbefana a la cappa der cammino.


  1. [Questo sonetto non ha data; ma è evidentemente legato al precedente e al seguente.]
  2. [Avevate.]
  3. [Ci mancava.]
  4. [ A ufo i poponi, e neppure li vogliono!, Esclamazione burlesca d'impazienza, nata dalla somiglianza dell'avverbio aùffa (usato dai venditori ne' loro gridi, per indicare uno straordinario buon mercato: Aùffa li meloni!, Aùffa li pomidoro!, ecc.) con l'esclamazione aùff!, a cui per celia si aggiunge il resto. E dico si aggiunge, perchè la si crea quasi ogni volta, facendo nel pronunziarla sentire un distacco tra l’aùff e l’a. Spesso si dice semplicemente: Aùff-a li meloni!]
Questa voce è stata pubblicata da Wikisource. Il testo è rilasciato in base alla licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Potrebbero essere applicate clausole aggiuntive per i file multimediali.