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SERMONE DECIMOQUINTO.
LA SOCIETÀ.
Figli d’un padre noi, noi di natura
Ad egual legge nati, a un sol rivolti
Irrevocabil fine, oh qual diversa
Sorte governa! Fra le aurate pompe
5Questi grandeggia e d’un superbo sguardo
Appena degna chi nel fango giace.
Par che di rose all’un tutto s’infiori
Il cammin della vita, e all’altro il piede
Sovra i pungenti triboli vacilli,
10Orme lasciando del suo sangue intrise.
È cieco fato o provido consiglio,
Che le dovizie, la possanza e gli agi
Con norme inegualissime dispensa
All’umana famiglia, in cento parti
15Discordanti divisa? Il denso buio,
Che la faccia del vero a noi contende,
Dall’occhio disgombriam. Pari siam tutti
Dinanzi a lui, che di una sola argilla
L’uomo compose, e coll’eterno fiato
20Addentro vi spirò; ma i doni suoi
Così comparte, che dall’imo al sommo
Niuno a sè basti, e dove il volgo insano
L’ingiuria accusa di fatal decreto,
Ivi della superna arte si pare
25Il mirabile intento. Agile e pronta
Ora ci desta la segreta fibra,
Or tarda e lenta, or vigorosa o molle;
Come il vibrar delle commosse corde
Con vario metro a varïate tempre
30Acuto o grave, placido e soave
O severo risponde; e tale n’esce
Armonïoso suon che, a farne fede
Della celeste melodia, disceso
A noi quasi diresti. In cotal guisa
35Se fra gli uffici vari, onde il civile
E riposato vivere si abbella,
Ognuno intenda a quel, cui la nativa
Indol gli détta, e coll’ingegno e l’opra
A sè giovando altrui giovi, non fia
40Che disconosca l’alto magisterio,
Che le sublimi all’umili fatiche
Ed al privato il comun bene intreccia
Sì, che l’indissolubile catena
Prima sciolta cadrà, che un solo perda
45Nodo spregiato. Ma per quanto salga
In altezza di stato o in basso volga,
L’uomo è pur sempre stimolato ai fianchi
Dal doloroso pungolo, che fuori
Dall’ozio il tragge per donargli pace.
50Chè di noie e lascivie è l’ozio padre,
Di miserie e delitti; e con sè porta
Del male il seme e del fallir la pena.
Langue l’inerte corpo, e il vital succo
Si converte in mortifero veleno;
55Ed alla mente neghittosa è tolta
La potenza dell’ali, onde secura
Fuori del paludoso aere s’elevi
A spazïar ove giustizia e fede
Splendon di raggio limpido e sereno.
60Ignoranza ed errore indi l’acerba,
Or sorda or vïolenta, al mondo guerra
Fanno, e di colpe e di sventure il mondo
S’attrista e piange; e la tristezza e il pianto,
Se il fomite riman, non vengon manco.
65Nel pensiero d’Iddio regna l’idea
Di giustizia e pietade e in cor ne stampa
Dei mortali l’imagine, che il passo
Incerto e stanco ne sostenga e guidi,
Se da fosca caligine non sia
70Offeso l’intelletto, e di malnate
Voglie nol turbi la feral tempesta.
Quando a giustizia e a carità serbato
Ognor fosse l’imperio, oh! come aperto
Anche ad occhio volgar l’ordin sarebbe,
75Che la divina provvidenza impose
Alle umane vicende, e che l’umana
Colpa e baldanza sol rompe e non cura.
Deboli, ignudi e di noi stessi ignari
In questa entriamo, che di vita ha nome,
80Oscura selva, alle minacce esposti
Della fame, del verno e delle belve
Più possenti di noi. Ma dal materno
Petto ci piove il nèttare soave,
E l’influsso di amor che non perdona
85Alle protratte notti, e nulla oblia
Fuori che il senso del dolor: cotanto
Vegliar ne giova sull’amata prole.
A cui più tardi il genitore accorto,
Dalla fida compagna avvalorato,
90Più che alle membra, a facili e gagliarde
Prove cresciute, all’animo ministra
Salutar nutrimento. Alfin per lungo
Volgere d’anni dell’adulta pianta
Matura il frutto, con gentil fragranza
95Ed eletto sapore i pigri giorni
Consolando dei tremoli parenti,
Ed il nativo suol lieto rendendo
D’ombra benigna e di fecondi altero
Ben intrecciati rami. A che natura,
100Quasi proterva ed invida matrigna,
Fa l’un dell’altro al soccorrevol braccio
Segno, e alla vista del fratel che langue
A fraterna pietà move, se nato
Al par di bruto l’uomo a condur fosse
105Il passo in cerca di selvaggia preda?
A che la piena de’ soavi e cari
Affetti e l’incantevole parola,
Che l’affetto e il pensiero apre e trasfonde?
Oh! falso immaginar, che delle viete
110Usanze schivo a nuovi sogni dietro
Errando vola, e sciogliere presume
ricomporre a suo talento i nodi,
Onde a convitto socïal ci lega
Nostra condizïon, più che l’alterno
115Mutabil patto. Indomita speranza
Del ben non paga al meglio invita, e porge
Lena al salir pel faticoso calle,
Ove l’un l’altro ad appressare aiuta
L’alta perfezïon, che unica e sola
120L’impazïente desïare acqueta.
A chi si toglie di toccar la cima,
Se con valide penne ad essa il varco
Libero si dischiuda, e intera serbi
La signoria dell’alma? Arduo cimento,
125Ove la pura coscïenza dona
Ardire e forza, e di vittoria il certo
Premio mertato. Se nimica mano
A noi tarpi le penne o il varco neghi,
Forse in colpa chiamandole faremo
130Mozzate l’ali e la via tronca? A questo
Badi chi rampognare osa l’arcana,
Che gli uomini e le cose agita e incalza
Assidua lotta. Temerario e stolto
I consigli di Dio danna e corregge
135Con fantastiche fole, e s’argomenta
Edificar su nove basi il mondo!
Or mano all’opra: più del mio non suoni
O del tuo l’esecrato ed empio nome,
Che di guerre, di sangue e di rapine
140Contaminò la terra. Uguali tutti
Sediamo intorno della parca mensa;
Senza che il lusso insultator contrasti
Colla squallida inopia, a cui negato
Fu il nero e scarso pane. Alle scïenze,
145Ambizïosa e molle cura, il bando
S’indíca eterno; e sol grazia ritrovi
L’arte, cui fu necessità maestra,
Prima che ai veri i falsi, ai pochi i molti
Succedesser bisogni. Un dì penoso,
150Colla lusinga del piacere attragga
A sè le allegre genti, or fatto ameno
Il varïato e rapido lavoro,
Onde la scelta, il modo, il tempo spetti
Dettare all’infallibile e supremo
155Nume terrestre, ch’entro a folta nube
Ascoso, a un cenno del crollato capo,
Vedrà prostrarsi le soggette turbe.
Nè qui della stupenda opra compiuto
È il mirabile intreccio. Infeste gare
160Non sorgeranno a disturbare i sogni
Del fortunato eliso, ove ciascuno
Vivrà contento alla gioconda manna,
Che il benefico nume equo comparta.
Non più sui letti maritali infauste
165Tede risplenderan con fosca luce;
Chè il lascivetto amor di loco in loco,
Lieve agitando la volubil face,
Caccerà in fuga le gelose larve
E le cure pungenti. Alle felici
170Madri, deposto di lor grembo il pondo,
Pur si risparmi il vigilar molesto
Sugl’importuni figli, a cui provveda
Il portentoso Dio, che Stato ha nome.
All’alte maraviglie, oh! come umíle
175Il dispregiato vero incontro appare.
Chi primo di sudor bagna l’inculto
Terreno, che per lui di bionda mèsse
Ondeggia e ride, se ne coglie il frutto,
Delle fatiche sue degna mercede;
180Qual reca offesa all’invido compagno,
Che vive colle man sotto le ascelle?
D’ispidi dumi e di morte acque ingombra
Sarà di nuovo la deserta gleba,
Se alle rapaci voglie il fren si allenti
185Che imposero le leggi, affin che ognuno
Del braccio e del volere accresca il nerbo.
Con securtade a faticare intento
Per sè, pe’ figli, onde la cara imago
Nelle lunghe vigilie il riconforti;
190Ben ripensando all’avvenir, cui lieto,
Anzi che sperperare, aduna e serba
La ricca vena che in diversi rivi
L’aride zolle a ristorar poi scenda.
Sotto la sferza del cocente raggio
195L’adusto agricoltore i campi miete;
E il duro fabbro alla sonante incude
Il ferro batte in vomere converso.
Delle recise biade a questo manca
La desïata parte, a quello il pregio
200Dei rusticali arnesi; e l’un dell’altro
Soccorre all’uopo con servigio alterno.
A tutti giova chi vigile in guardia
Del comun dritto siede; o sulle dotte
Carte cercando pallido dischiude
205Di sapïenza l’immortal sorgente;
O di natura le segrete cose
Indaga, scopre ed applica per mille
Guise, men aspra a fare e più gentile
Nostra carriera rapida, che solo
210Dal pensiero e dall’opra si misura.
L’umile canna e la frondosa quercia
Non contendon fra lor; ch’utili entrambe
Al fine sono a cui sortille Iddio.
Ma se di tralignato arbore vedi
215Ingombro il suolo, onde sottragga il succo
Alle fertili piante, invan ne speri
Dono cortese di benigna tempra;
Come lo speri invan dalla superba
Di splendid’oro ornata, e dall’abbietta
220Turba di panni laceri coperta,
Che neghittosa a comun danno i giorni
Lenti consuma. A povertade spesso
Ignavia è madre; ma da rea ventura
Nasce talvolta e maggior forza acquista,
225A belle di virtù prove, che sacro
Il dolor fanno e il beneficio degno.
Forse la scuola del dolore è muta
A cui l’ignaro volgo invidia porta?
Oh vano giudicar, che alla corteccia
230Bada e non cura l’intimo midollo!
Non a prezzo di facile pecunia
Pace si compra; e se la dura inopia
Combattere dobbiam, perchè nel sano
Corpo la mente libera s’indonni,
235Forse presumi cancellar dal mondo
Ogni distinzïon, che da natura,
Dall’umano consiglio e dall’arcano
Ordine delle cose a noi procede?
Finchè nell’un la vigoría prevalga
240Dell’ingegno e degli organi, e nell’altro
Alla ragion predomini il talento,
Opre vedrai diverse a cui diverso
Frutto risponderà. Dai padri ai figli
Delle industri fatiche e dei lodati
245Esempi si trasmettono i tesori
In serbo posti; e che più tardi in vane
O pazze imprese temerarie o vili
Disperderanno immemori nipoti.
Nè rado avvien, che le turrite moli,
250Che i secoli sfidar parean sublimi,
Quasi nembo di polve al vento in preda,
Dalla celeste folgore squarciate
Ti spariscan dinanzi, e un mucchio informe
Di squallide reliquie il fin ricordi
255Delle umane grandezze. Il volgo accusa
La ruota dell’istabile fortuna;
Ma il saggio adora l’immortal decreto,
E a terra il capo reverente inchina.