< Le odi di Orazio < Libro primo
Questo testo è stato riletto e controllato.
Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
Libro primo - III Libro primo - V

IV.


Sciogliesi l’acre inverno, torna grato con zefiro aprile,
    Spingon gli ordegni le carene asciutte;
Non più di stabbj il gregge, l’arator non più gode del foco,
    4Nè candida pruína i prati inalba.

Già Vener Citerea guida i balli, imminente la luna,
    E le Grazie venuste una alle Ninfe
Batton con piede alterno il terren, mentre ardente Vulcano
    8L’atre officine dei Ciclopi accende.

Ora il nitido capo cinger puossi di verde mortella
    O di fiori che il suol molle produce;
Ora è stagion che a Fauno tra l’ombre de’ boschi s’immoli
    12O agnella ei chieda o voglia anzi un capretto.


Picchia con egual piede la pallida Morte a’ tuguri
    E alle torri de’ re, Sestio beato.
Della vita la breve somma a noi lunga speme contende:
    16Già te preme la notte e i favolosi

Mani e la tenue casa di Plutone, ov’entrato, nè i regni
    Del vin co’ dadi sortirai, nè il molle
Licida mirerai, ch’or di sè tutti i giovani infiamma
    20E le fanciulle scalderà fra poco.


Questa voce è stata pubblicata da Wikisource. Il testo è rilasciato in base alla licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Potrebbero essere applicate clausole aggiuntive per i file multimediali.